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COMUNICATO STAMPA

 

 

Il trionfo della morte

Esposizione temporanea (30 ottobre – 24 febbraio 2019)

 

 

Il giorno Martedì 30 ottobre, alle ore 19, presso il Museo Diocesano di Torino, piazza San Giovanni 4, verrà presentato al pubblico un dipinto di Giovanni Battista della Rovere; si tratta di uno dei più importanti quadri del Seicento italiano di argomento macabro. L’opera proviene dalla chiesa di San Francesco d’Assisi di Torino, tuttavia da quarant’anni non è più stata esposta al pubblico per problemi di conservazione. Ora dopo un accurato restauro offerto dall’impresa funebre «C.F. Genta» e realizzato dal laboratorio «Nicola» di Aramengo, avremo modo di ammirare di nuovo questo grande tela (cm 213x260) che fu dipinta, firmata e datata 1627 dal torinese Giovanni Battista Della Rovere (1600/1603-1631/1634) ispirandosi a un soggetto assai raro.

 

L’opera mostra la mano di un autore con un’abilità artistica non comune. È sicuramente sorprendente la ricchezza del simbolismo riferito alla morte, con ricche evocazioni mitologiche, religiose e filosofiche. Questo dipinto nella Torino di primo Seicento non è passato inosservato e il suo messaggio è rimasto intatto nei secoli: è infatti impossibile, anche per gli uomini d’oggi, restare indifferenti di fronte alla maestosa solennità di tale tematica. Lo stile del pittore, raffinato e sofisticato, si esprime nella esemplare definizione pittorica di ogni dettaglio desunta anche dall’arte della miniatura. La tecnica e il gusto del colore richiamano coevi modelli lombardi e romani.

 

La mostra si propone di presentare per la prima volta il dipinto del Della Rovere accuratamente restaurato e accompagnato da pannelli esplicativi che ne chiariscono la complessa simbologia. L’opera sarà inoltre accompagnata da quattro importanti conferenze dedicate ad approfondimenti teologici, artistici, musicali, storici sul tema della morte; gli incontri si terranno presso il Museo alle ore 18, nei seguenti giorni:

 

Giovedì 8 novembre

Arabella Cifani e Franco Monetti:

     

Il dipinto “Il trionfo della morte”, la sua storia e la sua simbologia

Giovedì 15 novembre

Carlotta Venegoni: Passeggiando con la morte per le chiese di Torino

     

Francesca Capellaro, La Confraternita della Misericordia di Torino

     

e i suoi apparati macabri

Giovedì 22 Novembre

Don Ermis Segatti: La Morte e oltre

Giovedì 29 Novembre

Don Carlo Franco: Il tema della morte nella musica

 

 

 

Museo Diocesano di Torino – Piazza San Giovanni, 4

Orario visite: mercoledì 14-18 – venerdì, sabato, domenica 10-18

 

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IL TRIONFO DELLA MORTE

 

Uno dei più importanti quadri del seicento italiano di argomento macabro. Il dipinto proviene dalla chiesa di San Francesco d’Assisi di Torino, ma da oltre quarant’anni non é più stato esposto al pubblico per problemi di conservazione. Ora dopo un accurato restauro offerto dall’impresa Genta, e realizzato dal laboratorio Nicola di Aramengo, avremo modo di ammirare di nuovo questo grande dipinto (cm. 213 x 260). L’opera fu dipinta, firmata e datata 1627 dal torinese Giovanni Battista Della Rovere (1600/1603-1631/1634) che trasse il soggetto da un disegno di Giovanni Fortuna Fortunio eseguito a Siena nell’anno 1588 e inciso da Andrea Andreani (Mantova, 1560-1623). La derivazione da un’incisione, comu-ne sempre a molte opere anche di pittori di grande fama, nulla toglie alla raffinata qualità del dipinto.

 

Rappresenta una facciata in stile manierista tardocinquecentesco, con una grande nic-chia circondata in alto da bugnati rustici e ai lati due obelischi e geroglifici di invenzione; la parte superiore è occupata

 

dalle tre Parche intente a filare, tirare e tagliare lo stame della vita. Sotto di esse è dipinta la ruota della vita sopra la quale, Adamo ed Eva si scambiano la mela sopra un teschio: a ricor-dare che, con loro, la morte è entrata nel destino dell’uomo. La ruota è divisa in otto spicchi ed ognuno presenta un teschio - su tibie incrociate – con in testa un copricapo: copricapo di papi, imperatori, vescovi, sultani, re orientali, dogi, re, cardinali. La ruota poggia sulla testa di un vecchio: e cioè il Tempo, con ai lati, seduti, due pleurants avvolti in manti neri. Un sarcofago con un cadavere sta alla base della nicchia, sostenuta ai lati da due scheletri che fungono da tela-moni. Tutto il quadro brulica di riferimenti simbolici alla morte.

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Sopra al timpano due putti piangenti rovesciano le fiaccole della vita; al colmo del timpa-no due braccia scheletrite reggono un grosso sasso con il quale sarà colpita la prossima vit-tima di Tànatos. E poi la clessidra implacabile che segna lo scorrere del tempo e sotto di essa un teschio. Un cumulo disordinato di ossa scorre precipite dagli obelischi sopra i qua-li sono infilzati due crani dalle mascelle spalancate. All’altezza della trabeazione della grande nicchia sporgono due scudi con nastri che reggono sentenze mortuarie. Tutto è va-nità e allora la maschera dell’inganno posa sopra il sepolcro della base, sotto il quale ecco ammucchiati pastorali, croci, libri, scettri, sacchi di denaro, spade, armi, con la civetta, abitatrice dei cimiteri. Il dipinto è costellato di scritte destinate a severa riflessione sulla humana fragilitas; scritte sotto gli obelischi, sull’architrave, sulla ruota, che implacabile fa girare i destini. L’abbondanza d’iscrizioni si chiude alla base con ulteriori ammonimenti sul trascorrere del tempo, sul giudizio che arriverà, sulla caducità delle cose umane.

 

  • indubbio che il dipinto nella Torino di primo Seicento abbia sortito un effetto non comune e che il suo messaggio possa aver passato intatto i secoli: è, infatti impossibile, anche per gli uomini d’oggi, restare indifferenti di fronte alla maestosa solennità di tale tematica. Lo stile del pittore, raffinato e sofisticato, si esprime, pur nella fedeltà al suo ori-ginale, nella esemplare definizione pittorica di ogni dettaglio desunta dall’arte della minia-tura del padre. La tecnica, il gusto del colore richiamano coevi modelli lombardi e romani.

 

Il quadro si lega strettamente ad una catena iconografica che attraversa l’Europa dalla Spagna alla Polonia. Il tema dello Speculum humanae vitae, forse per via della sua icastica capacità comunicativa, ottenne infatti in tutta Europa un grande successo e fu copiato e reintepretato con copie e varianti da parte di artisti di diversa nazionalità, attraversando tutto il continente. In un epoca in cui il concetto di copyright era di là da venire, molti inci-sori copiarono l’incisione originale italiana. Da ricordare la rara incisione di Edmé Moreau (1597-1660) intitolata “Arc Triomphal de la mort” realizzata poco dopo il 1628. David Tscherning (1615-1691), un incisore della Slesia che ha lavorato in Polonia ne realizza un copia fedele fra 1645 e 1654, mentre era residente a Cracovia e la sua incisione è proba-bilmente alla base del celebre dipinto della chiesa degli agostiniani di Santa Caterina di Cracovia raffigurante proprio la ruota della morte. Anche l’incisore tedesco Eberhard Kie-ser (1583-1631) si ispirò fortemente alla Ruota della Morte di Andreani per il frontespizio al suo libro di incisioni sulla Danza della Morte, la cui prima edizione è del 1617 e perfino la cupola della barocca Cappella Olesnicki di Tariow (remoto villaggio polacco) nella sua struttura, progettata a metà del Seicento, si ispira alla ruota della morte con tanto di divi-sione in spicchi e scritte fra uno spicchio e l’altro. E infine si può ricordare l’arazzo secen-tesco del Museo di Belle Arti di La Coruña che riproduce anch’esso fedelmente l’incisione dell’Andreani.

 

L’opera, nei secoli, è stata intitolata in modi diversi: “La fine della Vita umana”, “Sim-bolo della vita umana” o più semplicemente “Pittura simbolica”, “Dipinto emblematico”; ma un titolo potrebbe essere anche Speculum humanae vitae. Il tema lo ricollega al più ampio sistema europeo dei “Trionfi della morte” e un quadro quasi profetico, dipinto pro-prio alla vigilia della grande peste manzoniana del Seicento che travagliò tutta l’Europa con milioni di morti.

 

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Dal 1848 l’impresa genta firma le cerimonie di estremo saluto dei personaggi che hanno segnato la storia della nostra città e del nostro paese.

Eccone raccontati gli inizi tra le pagine del libro “Torino Silenziosa – Il Monumentale si racconta”:

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LA CIVETTA DI TORINO

 

LA REPUBBLICA

 

TORINO CRONACA – OTTOBRE 2016

 

RASSEGNA STAMPA 2017


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